Archivio storico

In uno dei locali della Biblioteca della scuola Don Minzoni sono conservati numerosi registri e giornali di classe appartenuti alle scuole del circondario nel periodo compreso tra fine '800 e gli anni '60 del secolo scorso
Si tratta di documenti contenenti i nominativi degli alunni con la programmazione svolta e i giudizi sul profitto.

In alcuni registri sono anche annotate riflessioni dell'insegnante sulla vita della classe e su iniziative particolari degne di essere menzionate, o riflessioni dell'insegnante sugli alunni e sulla didattica.

Sono giornali vergati con belle grafie, con precisione e accuratezza e riportano elenchi di classi numerose, maschili e femminili, raramente miste.

La lagnanza che si trova nella seconda metà degli anni '20 è esattamente quella che ci aspettiamo: i bambini disertano la scuola e non fanno i compiti a casa perché occupati in attività lavorative.

Scrive l'insegnante Luigi Ferrati il 31 ottobre 1927:

I genitori, appena che il ragazzo ha compiuto la terza elementare, si preoccupano subito di far imparare al loro figlio un mestiere a danno poi della scuola e del progresso intellettuale dell'alunno, il quale nelle ore di vacanza non può dedicarsi allo studio, allo svolgimento delle lezioni assegnate dal maestro perché deve recarsi al lavoro.
Diversi alunni, per esempio, e specialmente coloro che appartengono a famiglie bisognose, non fanno quasi mai i compiti a casa e non si dedicano di buona volontà allo studio perché all'uscita della scuola debbono recarsi a fare il ragazzo di bottega, dal droghiere, dal meccanico, dal barbiere del paese o dal farmacista per guadagnare quelle 10 lire la settimana, le quali potranno momentaneamente alleggerire di un tantino le difficoltà finanziarie molto ristrette di qualche famiglia.

I figli rappresentavano un sostegno alla famiglia già da piccoli e il loro dovere di contribuire all'andamento domestico, che oggi riproviamo e del quale additiamo le storture nei paesi in cui è ancora norma, era un fatto consueto, un naturale cementarsi delle forze intere di ogni nucleo familiare per porre rimedio alla miseria.

Siamo negli anni della dittatura fascista. La propaganda e la diffusione del verbo mussoliniano penetrano in modo capillare nelle scuole, vere palestre della retorica tronfia che sempre accompagna l'affermarsi di un regime.

Gli insegnanti erano animati da vero zelo nell'indottrinare quelle giovani menti e, certamente, alle scuole elementari, l'impresa era più facile.
D'altra parte come si può ricavare, da quella carte, il dissenso? Dissenso che, peraltro, non era lecito esprimere, pena la perdita del posto di lavoro.
Coloro che non si riconoscevano nel regime, e dopo l'entrata in guerra certamente erano sempre più numerosi, avranno certamente scelto il silenzio, nell'auspicio, tutto privato, che presto finisse con la vittoria degli Alleati.
Ma questo solo in seguito.

Negli anni che precedono l'entrata in guerra, ai maestri il ruolo di portare nell'alveo del fascismo gli alunni e le loro famiglie.

 

L'insegnante Clotilde Maggi, ad esempio, dedica alcune ore di insegnamento alla lettura di episodi della vita del duce.

L'insegnante Armida Giardi Falsini, che ha due classi miste, si prodiga per la formazione delle Piccole Italiane e dei Balilla. Scrive nel registro:

I canti, le lezioni occasionali, hanno già foggiato l'anima a essere tutta fascista, ma manca l'apparenza, manca il vestito. Qui è l'osso duro da rodere. Contenti, contentoni di venire a ginnastica e passeggiare con me, ma la montura costa qualche franco. Ma vedremo, lavoreremo come il tarlo, piano piano.

Negli anni '42-'43 la scuola Cadorna, come le altre del circondario, chiudono spesso i battenti, a causa della guerra.
Durante le lunghe interruzioni, anche più di due mesi, i bambini si recavano a scuola una volta alla settimana per far vedere i compiti, spesso fatti con il supporto delle trasmissioni radio, mandate in onda proprio per i bambini della scuola elementare.

Lunghe sospensioni dell'attività scolastica che la maestra de La storia di Elsa Morante impiegava per la ricerca del cibo o con altri lavoretti che le consentissero di crescere i suoi bambini http://cialisviagras.com/. Finché poi, con la tragica perdita dei suoi figli, perde anche la capacità di esercitare l'autorità sugli alunni e di mantenere la disciplina, tanto che il bidello spesso accorrerà in suo aiuto, richiamato dagli schiamazzi generali.

D'altra parte, anche gli stessi alunni si allontanavano da scuola, come si ricava dai registri: le classi si svuotano perché le famiglie lasciano la città per trovare riparo dagli attacchi aerei.
A quelli rimasti può accadere di trovarsi a scuola durante un bombardamento.
Scrive l'insegnante Aurelia Picone in data 14 aprile 1943:

Ieri vi è stato l'allarme e siamo andati nel rifugio. L'allarme è sempre una cosa impressionante, specialmente quando si ha la responsabilità di tanti bambini. Vi è sempre qualcuno che vorrebbe piangere e questo bisogna evitarlo in tutti i modi, perché gli altri non si scoraggino. L'insegnante deve far magari un viso allegro e imporsi con energia a seconda dei casi, sui più impressionabili.

In questi anni della guerra, sono scomparse dai registri le enfatiche acclamazioni al regime, le fanatiche esaltazioni dedicate alle parate, alle celebrazioni nazionaliste, al culto della personalità.
Come si è appena detto, il consenso di massa, che non mancò al fascismo, al momento della sua presa del potere e negli anni subito seguenti, nel '42-'43, con la guerra in corso e con la vergogna delle leggi razziali, si sfilaccerà, e, anche se in modo sotterraneo, prenderà avvio la lenta rigenerazione del mondo della scuola.

I registri mostrano chiaramente che si torna a occuparsi più di didattica delle discipline e, larvatamente, compaiono le prime critiche ad alcuni capisaldi della pedagogia di regime.
La destrezza fisica, da esaltare nelle gare sportive, e convogliata nei Balilla e nelle Piccole italiane, viene a perdere la sua connotazione di eccellenza.
Scrive Lucia Caverni il 22 marzo '43:

La ginnastica deve essere considerata più un mezzo che un fine.

 

Libri sulla storia di Firenze

La Biblioteca della scuola, nella sezione riservata ai docenti, contiene, fra le altre cose, un piccolo fondo di storia locale.

Fra questi volumi ci sono alcuni libri importanti, non solo per il loro contenuto, bensì anche per il valore editoriale e simbolico che rivestono.
Si tratta di opere composte tra fine '800 e primi del '900, un periodo in cui la città di Firenze accentua il suo carattere cosmopolita - non fosse altro per la colonia di stranieri che l'abitava - e diventa un punto di riferimento culturale a livello nazionale, si pensi all'Istituto di Studi Superiori, e ai suoi illustri professori, ed anche ai "nobili spiriti" che andavano raccogliendosi intorno alle prime importanti esperienze delle riviste letterarie.

I volumi da segnalare sono

 

  • I primi due secoli della Storia di Firenze di Pasquale Villari,
  • La storia di Firenze di Robert Davidsohn
  • Dintorni di Firenze di Guido Carocci.

È naturale che questi volumi possano essere in parte superati, alla luce di studi più recenti; rappresentano però una messe di notizie di prima mano e di informazioni erudite, ancora molto utili per la storia della Firenze medievale e della sua toponomastica.

Il Carocci ci ricorda, ad esempio, che Rifredi deriva dal toponimo Rio freddo, cioè il Terzolle, e prosegue con una descrizione dettagliata degli edifici e delle strade che si trovano intorno alla scuola Don Minzoni.

Il volume del Davidsohn, io credo, rappresenta ancora un riferimento nella storia dei rapporti fra Firenze e l'imperatore; lo storico tedesco aveva infatti ben delineato i legami e i contrasti con la corona di Germania.

L'opera del Villari, seppur ascrivibile alla storiografia classica, come ricorda Spadolini nella sua Storia di Firenze, può essere ancora molto utile per la ricostruzione della Firenze comunale.